venerdì 22 marzo 2013

ITALIANO. ATLETA

ITALIANO. ATLETA

Giorno 71 settimana 12






Oggi ho deciso di fermare la mia corsa. Le scarpe sono poco distanti dai miei piedi e sotto questi ascolto il ritmo della terra. Quella stessa fonte di sostegno e al contempo alla quale rendiamo onore al termine di un percorso. Perché oggi, come sempre più di rado accade, ci ricordiamo di essere italiani. Una istantanea di nazionalità che si appende alla parete solo in caso di vittoria o perdita. Con gli occhi fissi al cielo ricordiamo Pietro, nulla più, perché sono sufficienti quel nome e quel fruscio d'aria a riportarci ad un'altra realtà. Pietro si è spento tagliando l'ultimo traguardo, quello che non vorresti giungesse mai, un dolore come una sconfitta ma che in lui invece alza la bandiera della vittoria. Perché l'esempio, di un campione capace di correre anche contro la malattia e resistere anche senza fiato lascia, soprattutto alle prossime generazioni, un modello unico nel suo genere. Ricordiamo bene quella notte e quella medaglia d'oro. Dio il cuore scoppiava, la gente in piazza emulava quei 200 metri, il coro era all'unisono, era facile rispecchiarsi in Lui. Italiano di razza, minuto di Barletta, leve corte ma cuore grande. Perché dove il fisico sembrava abbandonare il sogno, l'essenza e la razza lasciavano gli altri senza fiato. Non lui. Quel volto tagliato il traguardo che sembrava esprime "e' solo roba nostra, roba del nostro tricolore, roba della mia Patria". Sembrano lontani quei tempi di frame in bianco e nero, dove la televisione vista in comune legava invece di dividere,  poche immagini rendevano grande lo sport, laddove oggi la megalomania di una esaltazione tecnologica costruisce prototipi di campioni tuttofare più utili al video che alla razza atleta. Ma questa retorica lascia il tempo che trova, perché si deve andare avanti, non si deve mai smettere di scattare e non si dovrebbe mai vergognarsi di essere Italiani. 


Caro Pietro,

ho poco più della tua età, ormai mi sento vecchio. Sono, come esprimono gli occhi dei ragazzi: di un'altra generazione. La cosa non mi dispiace, certo oggi 200 metri mi sembrano lunghi come una vita a vent'anni. Ma si sa: più il tempo si abbrevia, più i rintocchi suonano forte e le riflessioni nascondono paure  dell'incerto. Tu non lo sai, ma quella notte ero li con gli occhi fissi su di te e sul quel filo di seta lasciato cadere al Tuo passaggio. Un momento dopo ero con le braccia al cielo lungo le strade della mia città in quel coro all'unisono che gridava sempre più forte: Pietro, Italia! Oggi, forse da lassù, hai una visione più vera di quello che succede da noi. Sai meglio di me che qui le cose non sembrano andare come la terra natia vorrebbe che fossero. Non so darmi una ragione vera, ma il dispiacere di vedere vanificato il sacrificio di decenni di battaglie utili alla libertà e alla democrazia mi spinge a percorrere gli ultimi attimi della vita con la stessa foga di quella corsa lungo la tromba delle scale che, come ti accennavo prima, mi ha reso italiano per tutto il resto della vita. Non so se dove tu sei ora esistono le razze e le nazionalità, mi auguro in cuor mio che di là le stupide barriere siano finalmente abbattute per sempre, però Pietro quando ci conosceremo ti prego abbracciami come solo un italiano sa fare. 

Ciao Pietro.




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